Malinconica Moana, morte e malattia sullo sfondo del porno italiano

Sofia Torre

Abstract


Il presente articolo si propone di leggere la figura di Moana Pozzi come un prodotto culturale della malinconia degli anni Ottanta. La star, che ha vissuto il suo massimo fulgore durante la crisi epidemica di AIDS e che ha scelto di ritirarsi dalle scene e dalla vita pubblica dopo essersi ammalata di cancro al fegato, è ricordata nell’immaginario popolare per la sua eleganza convenzionale, più congeniale al cinema tradizionale che a quello pornografico. L’ingresso in settori della cultura popolare “lecita”, come la televisione, la politica e la moda, è stato reso possibile tanto dal rispetto di determinati standard estetici quanto dal rispetto di un’etica dell’osceno, di cui la scelta di celare malattia e segni di morte è la prerogativa più evidente.

Se il cancro è per definizione una malattia innominabile, la scoperta dell’HIV nei primi anni Ottanta trasforma la vita sessuale quotidiana degli individui in una questione di sicurezza pubblica, tanto da rendere necessaria la rappresentazione e la discussione esplicita del comportamento sessuale. La nuova narrazione della sessualità finisce per comportare un coefficiente di responsabilità in grado di far trapelare una rivalutazione dei costumi sessuali degli anni precedenti, causa di “tragici errori”. Rappresentare la sessualità non significa più raffigurare la ricerca e l’abbandono al piacere, come negli anni Sessanta, ma cercare di dipingere una salvaguardia dell’ordine pubblico e la necessità di combattere e sconfiggere la malattia. Nell’ottica degli anni Ottanta, l’idea della promiscuità perduta produce un ricordo nostalgico. Lo spettro dell’AIDS, che gruppi religiosi e ultraconservatori dipingono come la punizione divina e naturale alla sregolatezza e alla liberazione sessuale, esercita un potere sull’immaginario erotico in toto, in parte dovuto alla continuità fra gli incubi sessuali dei tradizionalisti e i sogni della controcultura. Il “tentativo di colonizzare la nostalgia dell’irraggiungibile” produce una continuità nell’immaginario pornografico che ha nella bianchezza e nella passività femminile prerogative necessarie.


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